Uno dice che millantava, l’altro che è uscito da Cosa Nostra da anni. Si sono difesi, respingendo le accuse, Antonino Nicosia (detto Antonello), 48 anni (nella foto) e Accursio Dimino, 61 anni, di Sciacca, finiti in carcere nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Passepartoutt”, condotta dalla Guardia di finanza e dai carabinieri, che hanno eseguito un provvedimento di fermo a carico di 5 soggetti. I due difesi dall’avvocato Salvatore Pennica sono comparsi davanti al Gip del Tribunale di Palermo per l’interrogatorio.
Nicosia, rispondendo alle domande del Gip, ha sostenuto di aver millantato, e di non essere un associato. Ed ha ribadito che non ha mai pensato di fuggire. Nelle intercettazioni, sfruttando il ruolo di collaboratore parlamentare della deputata Giusy Occhionero, entrava nelle carceri per avere contatti con i boss, e fare da tramite con l’esterno.
Lo stesso ha poi definito “inopportune” la frase contro il giudice Giovanni Falcone, e l’attestato di stima per il super latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro.
Al Gip ha risposto anche il boss Dimino, il quale ha ammesso i suoi rapporti con Cosa Nostra, ma di avere concluso il suo legame con la mafia dopo il 2016, data della sua ultima scarcerazione.
Nel frattempo al Palazzo di Giustizia di Palermo la deputata Giusy Occhionero, un passato con Liberi e Uguali dell’ex procuratore antimafia Pietro Grasso e oggi nel partito Italia Viva di Matteo Renzi, è stata interrogata per circa due ore dai magistrati della Dda di Palermo. La parlamentare ha risposto alle domande: “Ho sbagliato a fidarmi ciecamente di Antonello Nicosia”.
E’ il 7 marzo 2019, Antonello Nicosia manda un messaggio vocale alla parlamentare per cui lavora, Giusy Occhionero. Parla di Santo Sacco, ritenuto vicino a Messina Denaro, in quel momento detenuto. “Onore’ non parlare a matula (a vanvera, ndr) - le dice - Santo Sacco non sbaglia”. Nicosia dice senza mezzi termini che Santo Sacco è il “braccio destro del primo ministro”.

