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Il clan dei “caporali”, la giovane canicattinese respinge la accuse

Ha respinto le accuse la ventunenne canicattinese Giada Giarratana, finita agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione “Attila”, condotta dai carabinieri della Compagnia di Caltanissetta, e dal personale della squadra Mobile nissena, che ha smantellato una banda, che reclutava manodopera pakistana col metodo del caporalato.
Arrestate 12 persone in esecuzione di altrettante ordinanze di custodia cautelare (11 in carcere, e 1 ai domiciliari) emesse dal Gip del Tribunale di Caltanissetta, su richiesta della locale Procura di Caltanissetta.

La canicattinese, nel corso dell’interrogatorio, ha spiegato di non avere nulla a che fare con vicende illegali, e ha detto di non avere idea del coinvolgimento del compagno (Ali Imran finito in cella, il quale, ha scelto di restare in silenzio), in una vicenda così grave.

Secondo l’accusa il gruppo, molto coeso e capeggiato dall’indiscusso leader Muhammad Shoaib, avrebbe condizionato il settore agricolo dell’entroterra siciliano. L’indagine infatti ha consentito di rilevare che lo stesso Muhammad Shoaib, Ahmed Bilal, Ali imran, Ali Mohsin e la stessa Giada Giarratana avrebbero reclutato manodopera pakistana, col metodo del caporalato.

Proprio questi caporali pakistani destinavano i loro connazionali al lavoro presso titolari di aziende agricole, in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, accordandosi sull’entità del compenso, che si aggirava sui 25/30 euro al giorno, direttamente con i datori di lavoro e trattenendo per sé una parte o persino la totalità del corrispettivo, già palesemente basso.

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