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Dia di Agrigento, “Cosa Nostra agrigentina è ancora viva”

Cosa Nostra agrigentina è “ancora viva” e alcuni capi emergenti cercano spazio per scalare posizioni di potere, e le recenti scarcerazioni di boss ed esponenti di spicco, assicurano una certa continuità degli affari illeciti. Il condizionamento di appalti pubblici, l’imposizione del “pizzo” a imprenditori e commercianti, i traffici di stupefacenti, e nuovi business, quali quelle riconducibili al settore delle scommesse e del gioco, garantiscono cassa “facile”, e sostentamento per l’organizzazione criminale. E’ il consuntivo della relazione semestrale (dall’1 gennaio al 30 giugno 2018) della Direzione investigativa antimafia di Agrigento, guidata dal vice questore Roberto Cilona.

Vi sono 7 mandamenti: Agrigento, Palma di Montechiaro, Burgio, Canicattì, Santa Margherita Belice, Cianciana e Santa Elisabetta, e 41 famiglie. Al riguardo va, inoltre, considerata la contestuale presenza della Stidda, originariamente organizzazione scissionista da Cosa nostra ed a questa contrapposta, ma con la quale oggi condivide la realizzazione degli affari illeciti. La Stidda continuerebbe, oltreché a Palma di Montechiaro e Porto Empedocle, ad esercitare la sua influenza anche nelle zone di Bivona, Canicattì, Campobello di Licata, Camastra, Favara e Naro.

C’è un’area di influenza quello dell’ottavo mandamento cosiddetto “della Montagna”, sorto per l’egemonia esercitata da quello di Santa Elisabetta sulle famiglie dell’area montana agrigentina, poi smantellato con l’omonima operazione, coordinata dalla Dda di Palermo, e condotta sul campo dai carabinieri del Reparto operativo di Agrigento, tra i mesi di gennaio e giugno dell’anno passato. L’indagine ha fatto luce sugli assetti organizzativi e gestionali dei mandamenti mafiosi di Sciacca e di Santa Elisabetta, e sull’esistenza e la piena operatività di quello, appunto “della Montagna”.

Nell’ambito della stessa inchiesta da evidenziare il pentimento del favarese Giuseppe Quaranta, per anni “braccio destro” del boss Francesco Fragapane. Tornando alle famiglie mafiose, in provincia – secondo quanto riportato dalla relazione – sarebbe in atto “una fase di riequilibrio, provocato anche dalle ultime operazioni di contrasto”. Si segnalano, nel periodo in esame, le scarcerazioni di soggetti, anche con ruoli verticistici, appartenenti alle famiglie di Cattolica Eraclea, Favara e Siculiana.

Le attività illecite perseguite per fare “cassa” dai sodalizi criminali sono variegate. Al di là dei reati più ricorrenti, Cosa nostra agrigentina ha dimostrato, infatti, in più occasioni, di saper lucrare, oltre che sulle opere pubbliche, anche sulla filiera agroalimentare, sulle fonti energetiche alternative, sullo stato di emergenza ambientale e sui finanziamenti pubblici alle imprese, di sovente reinvestendo capitali illecitamente accumulati nelle strutture ricettive locali, attraverso prestanome e intermediari compiacenti.

Significativi rimangono il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti. “Nella zona orientale della provincia, soprattutto nel licatese – ricorda la Dia -, si segnalano ricorrenti ritrovamenti di piantagioni di cannabis, spesso coltivata in serre con sistemi tutt’altro che artigianali ed improvvisati”. Anche il settore delle scommesse e del gioco “continua a porsi, con sempre maggiore frequenza, come un terreno di investimento per le consorterie mafiose, che operano attraverso l’imposizione e la gestione di slot-machine all’interno di esercizi commerciali, spesso intestati a prestanome”.

E continua senza sosta l’opera della Prefettura di Agrigento, che anche nel periodo preso in esame, ha emesso decine di provvedimenti interdittivi per infiltrazioni mafiose nei confronti di imprese operanti, ad esempio, nel settore agricolo ed in quello dell’estrazione e trasporto di inerti. I titolari, nella quasi totalità, sono risultati parenti di soggetti con precedenti specifici per mafia. Alle predette società sono state negate autorizzazioni amministrative e concessioni per erogazioni di finanziamenti pubblici.

Nel panorama delinquenziale della provincia, da registrare, inoltre, la presenza di gruppi criminali stranieri, in particolare rumeni, tunisini, marocchini, egiziani ed ulteriori soggetti originari di altri Paesi nordafricani. Con il passare degli anni, essi sono aumentati nel numero ed hanno allargato i loro margini operativi, anche in ragione di un’integrazione sempre maggiore nel tessuto socio-criminale in cui si radicano. La presenza di questi gruppi sembra tollerata da Cosa Nostra, “perché s’inserisce in settori illeciti di basso profilo, come ad esempio lo sfruttamento del lavoro nero (specie nel settore della pesca e dell’agricoltura) e della prostituzione, il trasporto, il piccolo spaccio di sostanze stupefacenti, i furti di materiale ferroso e quelli realizzati in abitazioni ed in terreni agricoli, e il contrabbando di sigarette”.

 

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