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“Guardarsi indietro per fondare un presente che guarda al futuro”. Dalla tradizione popolare un nuovo modello di sviluppo

di Silvano Messina

La conoscenza di antichi mestieri ci proietta in un passato che sprofonda nella storia. Attorno ad un mestiere si può tessere tutta una trama di relazioni sociali, di credenze, usi e valori morali che perduravano finchè quel mestiere continuava ad essere esercitato. E viceversa bisogna doverosamente dire. E’ un problema di cultura, intesa nel suo significato etnologico, la quale include il sapere, le credenze, la morale, il diritto, il costume ed ogni altra competenza ed abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società. Le culture sono diverse nei vari paesi. Più limitati sono gli ambiti di quel paese, più perdurante è la sua cultura. La peculiarità culturale porta all’etnocentrismo: gli abitanti di un paese ritengono che la propria cultura, rispetto a quella di altri paesi, sia unica e la migliore. Questo atteggiamento ha fatto nascere il concetto di relativismo culturale, introdotto per la prima volta da Montaigne. Ma le cose stanno veramente così?                    Giuseppe Pitrè, insigne medico-antropologo siciliano, antesignano della moderna etnoantropologia, era convinto che fosse giusto studiare con amore e pazienza le memorie e le tradizioni per custodirle. La sua riflessione scaturiva probabilmente dal timore che l’unificazione d’Italia producesse la fine dell’etnoantropologia siciliana. La professione di medico gli consentiva di conoscere da vicino gli usi, i costumi popolari, le confidenze, il modo di  esprimersi nelle narrazioni mediche e non mediche. L’approccio con rigore scientifico e certosino di catalogare i vari aspetti della demopsicologia, alias folklore, scaturiva dal desiderio di fare conoscere ai siciliani per primi quella cultura, ai tempi ritenuta minore, che, a suo parere, rischiava di scomparire. Quella cultura in realtà era la sintesi condensata di passate e fiorenti civiltà, delle quali nessun altro posto, in Italia ed altrove, poteva vantarsi. Altro che cultura minore! Onde dare maggiore sostegno alle sue idee, Pitrè analizza una letterarura odeporica-cioè nata da viaggi-espressa da noti viaggiatori che hanno soggiornato nella nostra isola. Da quegli appunti  egli recepisce come sin dal XVI secolo le inclinazioni dei siciliani, le attività artigianali, cerimonie e riti, credenze ed usanze sono arrivate fino al secolo in cui egli scrive, ma per certi versi, potremmo dire fino ai nostri giorni. A giudizio degli illustri ospiti, molti rituali risalgono al periodo romano, a quello greco fino ad arrivare ai Fenici. Dalle testimonianze altrui Pitrè mette in risalto il carattere dei siciliani- ingegnosi, accoglienti, faceti, sospettosi, rissosi, vendicativi, oziosi, vanagloriosi, amanti focosi, maniaci del possesso, legati all’onore e sprezzanti del pericolo e della giustizia- insieme al contesto storico, elementi che arricchiranno il suo concetto di demopsicologia. Nello stesso tempo il Pitrè ebbe modo di dimostrare con i suoi studi di antropologia comparata, le assonanze tra culture diverse. Infatti annotò che molte superstizioni, canti, fiabe, feste religiose e leggende della Sicilia erano comuni- magari con piccole variazioni-in Toscana ed in Lombardia. Venuto a contatto con studiosi di altri paesi, si rese conto che le somiglianze culturali si trovavano anche in Germania e persino in India. Con sua opera monumentale, che lo impegnò per 42 anni, la Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, paradossalmente  ha fugato obbiettivamente, ma non soggettivamente, i suoi timori: il confronto tra culture delle diverse regioni d’Italia ha facilitato l’unificazione sociale della nativa nazione. Ma questo rientra nello scopo principale dell’antropologia, da Erodoto ai nostri giorni: la conoscenza dell’alterità ha consentito di potere condensare la storia dell’occidente, anzi, ancora di più, di pianificare un modello conoscitivo dell’intera storia dell’uomo.                                                                                                                     Dalle preziose indagini dell’antropologo siciliano risalta che i popoli messi a confronto avevano un comune denominatore che si identificava nella tradizione popolare, ossia nella civiltà contadina. Là dove la civiltà contadina ha continuato a perdurare, come nella nostra Sicilia, tradizioni, costumi ed usanze sono state dure a morire. E chissà quanto ancora sarebbe persistita se le masse popolari nel frattempo, per improvvise scosse telluriche della storia, non si fossero riscattate.

Possiamo datare la fine della tradizione popolare siciliana tra il sesto e settimo decennio del secolo scorso. La cultura nostrana aveva superato il pericolo dell’annichilimento da parte dell’unificazione d’Italia. Ma già a conclusione del lungo XIX secolo, nel 1912, fiutando il vento di cambiamento, sempre il Pitrè annotava nella sua opera più grande:”il tempo vola, ed il pogresso ogni dì incalzante spazza istituzioni e costumi”.

Antonino Buttitta, altro eminente antropologo siciliano, negli anni settanta, essendo stato testimone della radicale trasformazione culturale scrive il suo “Elogio della cultura perduta” che suona quasi come un monito per quelle generazioni che avevano voluto cancellare “la memoria di appartenenza”. L’intera opera è una testimonianza e una denunzia di un etnocidio, la cancellazione forzata di una cultura che ha avuto ripercussioni economiche e sociali. Fondamentalmente possiamo segnalare tre cause responsabili della cannibalizzazione della tradizionale cultura siciliana: la rivoluzione indstriale, l’emigrazione, un nuovo modello di sviluppo capitalistico. La rivoluzione industriale, con il boom economico che ha generato, ha portato l’intera Italia all’altezza delle grandi potenze occidentali. Quel progresso nella penisola era stato avviato dai padri nobili dell’unificazione, ma aveva subito una fase di arresto con il secondo conflitto mondiale. La politica liberale dei fondatori della Repubblica e l’affermazione degli interessi americani nello scacchiere internazionale, avevano ripreso ed accelerato l’industrializzazione che ha modificato usi e costumi di tutti gli italiani. In realtà nel settentrione, all’indomani dell’unità d’Italia, era avvenuta una lenta trasmigrazione dei contadini dalle campagne alle fabbriche. Pertanto la civiltà contadina non si era trovata impreparata al cambiamento etnologico. In Sicilia invece il panorama culturale era ancora integro ed omogeneo, pur derivando da civiltà diverse; né la Sicilia aveva partecipato in forma attiva e neppure lentamente alle mutevoli condizioni socio-economiche. L’isola è stata investita dall’esterno  passivamente dagli interessi degli impresari del nord. Si è trattato di una seconda invasione dopo quella dei piemontesi all’indomani dell’impresa dei mille. Lo sviluppo tecnologico, collegato all’industrializzazione, ha incrementato l’urbanizzazione ed apportato la nascita del comparto terziario. L’abbandono dei terreni improduttivi, la crisi mineraria e l’ostacolata industrializzazione siciliana ha ridato sfogo all’emigrazione, una scelta sofferta e traumatica per il siciliano. Quella volta però la meta non è stata solo quella classica americana, ma anche quella tedesca, belga e lo stesso settentrione d’Italia. Quell’emigrazione ha rotto definitivamente i confini dell’isola: il siciliano ha conosciuto altri mondi ed altri popoli con i quali è venuto a contatto e si è anche mescolato. E’ vero che la cultura del continente ha invaso l’isola, ma è altrettanto vero che quella siciliana ha conquistato l’intera penisola, trasferendo quella Sicilitudine, per secoli custodita entro i confini insulari, nella quotidianità di tutti gli italiani. In definitiva quell’emigrazione ha contribuito ad unificare gli italiani dopo che l’Italia era diventata una et redenta. Era iniziato il processo di globalizzazione che ha toccato il suo apice ai nostri giorni. Rivoluzione industriale ed emigrazione sono in realtà una diretta conseguenza del nuovo modello di sviluppo capitalistico. Secondo Buttitta fino a quando il capitalismo ha sfruttato i lavoratori come forza-lavoro, la cultura di quest’ultimi ha subito poche incrinazioni. Ma tanto già è bastato per fare scomparire l’artigianato che ancora manteneva una certa floridezza nella nostra isola. Non appena il capitalismo ha considerato le masse popolari, oltre che come forza-lavoro anche come consumatori, vennero imposti modelli culturali, condizionamenti legati al consumo dei prodotti, nuovi modi di pensare e diversi stili di vita. La crisi della cultura tradizionale divenne inevitabile, grazie anche al martellamento dei mezzi di comunicazione che, con un’azione decisiva ed ossessiva, hanno operato un vero e proprio lavaggio di cervello. A quel punto la cultura tradizionale non venne più percepita come consona alle nuove esigenze esistenziali. Da qui “…il rifiuto della propria condizione, la fuga dalla propria cultura” .

Travolti dal divenire storico nazionale e globale, i siciliani sono stati contaggiati da vizi e virtù che, allo stesso modo, caratterizzano l’uomo occidentale. In Sicilia non si respira più quell’aria di solidarietà, di buon vicinato, di pietismo, di illusione da sogno e di fervore religioso che manteneva saldamente aggregata l’intera comunità, coinvolta dalla stessa condizione di criticità esistenziale. Il tempo ormai  scorre così rapidamente,  che per noi è difficile stargli dietro. Rifacendosi ad Eintein l’accelerazione del tempo comprime lo spazio, dove per spazio si deve intendere la durata  di un’azione e l’ambito in cui la si compie. In un mondo caratterizzato dai ritmi di vita così accelerati , dove il futuro è già presente, non c’è spazio per la memoria del passato. Per questo, Buttitta in testa, insieme a tanti altri studiosi dell’Istituto di Scienze Antropologiche e Geografiche della facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo di Palermo, si sono battuti per mantenere viva la tradizione siciliana, producendo tanti lavori scientifici e raccogliendo materiale etnologico in forma cartacea e digitalizzata. I musei etnoantropologici, tanto diffusi in Sicilia, specie nel palermitano, non bastano a destare interesse in una popolazione che rischia di sconoscere le proprie radici. Per tali luoghi della memoria c’è la possibilità che rimangano centri solo per addetti ai lavori. Occorre a questo punto dire che, verso gli anni 80, il Buttitta ha stemperato il suo pessimismo quando si è reso conto della nascita di molte associazioni private, quali il Fokstudio e l’associazione per la conservazione delle tradizioni popolari. L’antropologa D’Agostino, sua allieva, nel suo libro “Sottotraccia” annota l’ottimismo di Buttitta specie quando ha constatato iniziative in diverse parti della Sicilia tendenti a mantenere vive diverse manifestazioni folkloristiche, particolarmente nell’ambito dei riti festivi. Tali timidi esempi d’inversione di tendenza furono denominate dall’antropologo palermitano “Resistense”.  Le numerose iniziative, moltiplicatesi fino ai nostri giorni, inducono a pensare che ci sono gruppi vieppiù numerosi che tentano di ricostruire il passato, e  dunque la memoria, nella realtà tumultuosa del presente. Viviamo una fase di transizione dagli sbocchi imprevedibili. Al riguardo dice la D’Agostino: “…quanto più  una società si sente minacciata dal cambiamento, quanto più è attraversata da processi che ne mutano gli assetti, tanto più dal suo seno si levano  voci allarmate per il rischio della perdita della memoria, mentre nello stesso tempo, essa si guarda indietro cercando nel suo passato anche più remoto conferme del suo esserci

La tradizione popolare espressa in manifestazioni artistiche, documentali e strumentali a partire dal World Heritage Convention del 1972 sino alla Convenzione del 2003, secondo l’UNESCO, può essere inserita nel Patrimonio Immateriale. Questo è costituito da” pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze, abilità, strumenti artefatti e spazi culturali tra loro associati”. La riappropriazione della propria cultura oltre a preservare l’identità di un popolo, consente di trovare risposte alle tante domande che oggi ci poniamo dinanzi all’incertezza del futuro. L’aspetto più importante ed allettante è che il nostro patrimonio immateriale si può inserire nell’ampio dibattito moderno sulla ricerca di un nuovo modello di sviluppo. Dalla sua componente immateriale possiamo attingere vecchi modelli di svilupo sostenibile ad impatto zero sui quali oggi si spende la speculazione economica che punta ad una inversione di tendenza per salvaguardare la salute nostra e del pianeta. La saggezza dei nostri padri ci potrebbe offrire un rinnovato metodo di produrre ricchezza, più equanime, e diverse possibilità di sostentare una popolazione terrestre che cresce di secondo in secondo. Dalla componente materiale possiamo ricavare una strategia di mercato  attraverso  l’industria del turismo, la quale, mediante la ricchissima cultura della tradizione popolare siciliana, potrebbe soddisfare la voglia di antico, di certezze storiche, nel marasma del presente e nell’incognita del futuro. Dall’una e dall’altra componente oggi si assiste alla riesumazione di antichi mestieri che si sposano con la modernità grazie anche alla commistione con la tecnologia. La modernizzazione ridimensiona il ruolo delle culture tradizionali, ma non li sopprime. Così rinascono antiche forme di artigianato, fioriscono musicisti popolari, cultori del folklore che, incrementano l’economia di mercato ed incantano lo spettatore o il fruitore.

Insomma per dirla con Antonio Buttitta: “guardarsi indietro per fondare un presente che guarda al futuro”.  

 

 

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