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“Non solo credenti ma cristiani credibili”

Fede e ragione possono camminare insieme? E’ questa l’eterna domanda dell’uomo, dei pensatori di tutti i tempi. Per molti non può esistere una verità religiosa perché ciò di cui si occupa la fede, è cosa assai distante di ciò che propone la vita. <<Credo ut intelligam>>, (Credo, per capire), affermava Sant’Agostino, per poi continuare e dire <<Intelligo, ut credam>> (Capisco, per credere) per risolvere il problema della non-conoscibilità del Dio trascendente. Fede e ragione quindi, secondo le affermazioni di Agostino d’Ippona, vanno di pari passo, così come inscindibili sono, secondo molti pensatori moderni, “fede” e “giustizia” (basti pensare a Pedro Arrupe, Superione dei Gesuiti negli anni del Concilio Vaticano II e poi al Giudice Rosario Livatino).

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Fede e vita, religione e azione, teoria e prassi quindi dovrebbero andare di pari passo, anche se spesso questo non accade perché il pensiero moderno ha nettamente separato le due cose. Che non risieda forse in questa netta separazione tra fede e vita, il sorgere dell’inquietudine dell’uomo? Badate bene: qui non si vuole mettere in dubbio la laicità dello Stato, né la libertà dell’uomo di credere oppure no. Nessuno vuole rievocare il “ritorno al passato” o augurare che ci sia un nuovo Medioevo con altrettante guerre sante. Le mie parole vogliono solo essere una proposta di riflessione personale per le persone inquiete, per chi è in ricerca del senso della vita, del perché delle cose; per chi ha perso il fascino della ricerca interiore. Forse è tempo di capire che la dimensione spirituale non sminuisce l’intelligenza, né rende bigotti o fuori moda, ma è piuttosto autentico percorso di vita.

Certo, il rischio di cadere in un “misticismo” disincarnato e anacronistico è sempre attuale. <<La religione è l’oppio dei popoli>>, diceva Marx. Secondo il famoso pensatore tedesco, i suoi riti, il suo incenso e il suo messaggio “sono un potente sedativo contro le ingiustizie e lo sfruttamento”.

Noi, invece, sappiamo bene che la vera fede, oserei dire, quella cristiana (non sto disprezzando le altre), non solo non è oppio dei popoli, anestetico per le ingiustizie subite dall’uomo, ma addirittura predica la giustizia, la libertà, il rispetto di tutti, l’accoglienza. Il cristianesimo quindi non solo culto ma esperienza di vita autentica, è invito a vivere la ferialità della fede. Papa Francesco ci ha fatto riscoprire la gioia di andare nelle periferie esistenziali per cercare gli ultimi, i dimenticati e lì annunziare Cristo.

L’incarnazione è il mistero centrale di una fede che vuole trasfigurare la storia dell’uomo, inaugurare la civiltà dell’amore, della pace, della giustizia e dell’amore. Cristo ha squarciato i cieli, è diventato uno di noi, è salito sulla croce, denudato, sputato deriso e trafitto solo per parlarci d’amore. Dinanzi le ingiustizie Cristo, non si tira indietro, né si gira dall’altra parte, ma le attraversa con la sua parola di vita, combatte le ipocrisie farisaiche che imprigionano le coscienze dell’uomo e sale su un patibolo come vittima.

La religione è, dunque, vita vera, è dono di sé sino, se è necessario, allo spargimento del proprio sangue; la fede è lotta contro ogni male perché il rispetto, la giustizia, la legalità, vincano in questo mondo malato. “Non solo credenti ma credibili”, ci invitava a essere il giudice Rosario Livatino, perché la nostra società, oggi più che mai, ha bisogno di credenti credibili.

 

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