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Blitz caporalato “Ponos” nelle campagne agrigentine. I nomi delle 9 persone coinvolte

Ecco i nomi delle nove persone coinvolte nel blitz “Ponos”, dei Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento e del Nucleo Ispettorato del Lavoro,  accusate di avere sfruttato decine di lavoratori con azioni di caporalato. Si tratta di  Viera Cicakova, 59 anni, della Repubblica Slovacca; la figlia Veronica Cicokova 37 anni; Rosario Ninfosì,  52 anni, di Palma di Montechiaro; Emilio Lombardino, 46 anni, di Porto Empedocle; Rosario Burgio, 42 anni di San Cataldo, residente ad Agrigento; Inna Kozak, 27 anni, dell’Ucraina, residente ad Agrigento; Giovanni Gurrisi, 40 anni, di Agrigento, Vasile Mihu, 43 anni, rumeno, residente a  Campobello di Licata; Niculai Stan, 62 anni, domiciliato a Naro.

I particolari dell’inchiesta sono stati resi noti nel corso di una conferenza stampa, alla presenza  del procuratore capo della Repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio, del sostituto procuratore Gloria Andreoli, titolare del fascicolo, del comandante provinciale dei Carabinieri di Agrigento, Giovanni Pellegrino, e dei vertici del Nil e della Compagnia di Agrigento.

I lavoratori, nella maggior parte dei casi ucraini e moldavi, arrivavano fra Agrigento, Campobello di Licata, Naro e Canicattì soprattutto con permessi turistici. Proprio le due donne e gli altri membri dell’organizzazione facevano ottenere ai futuri braccianti i visti che consentissero l’ingresso negli Stati ai confini orientali dell’Unione Europea. I braccianti transitavano dunque dalla Polonia e, approfittando della libera circolazione prevista dal trattato di Schengen, arrivavano in Italia con degli autobus.

Una volta arrivati ad Agrigento, i circa 100 braccianti ucraini sono stati “ospitati”, pagando un affitto da 100 euro a posto letto al mese in diverse abitazioni messe a disposizione dai membri dell’organizzazione e, di fatto, erano pronti per essere sfruttati nei campi. Le due promotrici e gli altri intermediari contrattavano a questo punto le prestazioni con i proprietari dei fondi e delle aziende agricole e, una volta raggiunto l’accordo, gli operai venivano trasportati, in condizioni di estremo disagio, su una vera e propria “flotta” di minivan e furgoni condotti dagli stessi caporali. Le indagini hanno accertato che in alcuni casi sono state caricate anche 40 persone su un unico furgone.

I Carabinieri hanno inoltre accertato che ogni lavoratore “costava” circa 42 euro al giorno, ma riceveva una paga corrispondente a meno di 3 euro all’ora, molto al di sotto del limite minimo retributivo previsto dal contratto provinciale del lavoro.
Nei campi, le condizioni di lavoro erano strazianti: braccianti costretti a stare in piedi per ore, a sgrappolare l’uva o a raccogliere le pesche, senza poter fare pause o riposarsi, non potendosi sedere nemmeno su una cassetta di frutta. Non avevano a disposizione alcun dispositivo di protezione ed erano esposti al forte caldo e all’umidità delle serre e alla pioggia battente senza poter trovare riparo, lavorando fra le 10 e le 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, festivi compresi, costantemente intimoriti e controllati dai caporali.

Il giro d’affari, in termini di guadagno dell’organizzazione e di risparmi illecitamente ottenuti dai committenti in relazione ai mancati versamenti previdenziali ed altro, è stato stimato in circa un milione di euro a stagione.
Tutti gli indagati dovranno ora rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla illecita intermediazione ed allo sfruttamento del lavoro, nonché di violazione delle disposizioni contro l’immigrazione clandestina.

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