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Panama Papers: i detrattori del contratto sociale

silvano messinaDa anni eravamo abituati all’idea che grandi imprese, affaristi e malavitosi, trasferissero le loro ricchezze nei Paradisi Fiscali, e rassegnati a pagare quel surplus di tasse che avrebbero dovuto elargire le categorie testè menzionate, per mantenere la funzionalità dello Stato. Trattavasi di una inesorabile rassegnazione, poiché eravamo convinti che la furbizia di pochi avesse ragione sugli impedimenti che le Istituzioni cercavano di opponere loro. Oseremmo dire che provavamo una certa invidia e, perché no, una sottile ammirazione per gente che, non solo non pagava le tasse, ma col trasferimento e l’investimento di ingenti somme all’estero, si garantiva la protezione del patrimonio, la riservatezza su conti correnti, lo snellimento della burocrazia e la realizzazione di operazioni vietate o illecite, tra le quali nascondere anche perdite di bilancio. Costoro raggiungevano i loro scopi con la formazione di determinate società-le offshore-che, con la complicità di determinati Stati, che le accettavano e le registravano in base a particolari ordinamenti, permettevano scarsi controlli e pochi adempimenti contabili, in una parola sola, facilità di evasione. Il fenomeno ha raggiunto risvolti iperbolici in questi anni di crisi durante i quali il peso del dissesto economico, ordito da banchieri ed operatori finanziari senza scrupoli, facilitati dall’Economia in rete, è stato distribuito sui ceti medio-bassi che sono stati inghiottiti dal buco nero delle nuove povertà, mentre i detentori di ricchezza si assottigliavano, ma diventavano nel contempo sempre più ricchi. Davanti a queste sperequazioni economico-sociali il pensiero dei più illuminati è corso verso quel contratto sociale che è alla base della moderna società, mentre il pensiero di tutti è volato alla conditio sine qua non che sottende al contratto tra l’uomo e la Stato, il diritto di natura, ossia, l’uguaglianza che caratterizza tutti gli uomini che nascono su questa terra. Ai primi del 600, nasceva il concetto di Giusnaturalismo, grazie all’apporto di Ugo Crozio, Samuel V. Pufendorf e Christian thomasius, i quali sviluppavano una dottrina la quale affermava l’esistenza di un diritto universalmente riconosciuto, fondato sulla natura: Il diritto naturale che è assoluto, come i principi matematici. La sua esistenza quindi è oggettiva anche contro la nostra volontà. Principi fondamentali dello stato naturale sono il diritto di proprietà e la responsabilità penale. Significa che tende all’affermazione dei diritti soggettivi naturali e innati, tali che la società civile e lo Stato non possono negare. La nuova forma di diritto presuppone una rivendicazione di uguaglianza dei cittadini contro coloro che cercavano di mantenere antichi privilegi. Sin dalla sua prima concezione plasmava una diversa idea di Stato, cioè di un nuovo modello che garantisse uguali diritti ai suoi sudditi. la Monarchia assoluta, che sembrava avere posto fine alle guerre civili che avevano imperversato per tutto il medio evo fino al 600, (vedi guerra dei cent’anni, la guerra civile inglese ecc,) non appariva più adatta al nuovo progresso economico-sociale segnato dal passaggio da una società agricolo-mercantile ad una società agricolo-industriale, grazie alle innovazioni della scienza e della tecnica. In questo contesto, dove rivaleggiavano tornaconti di singoli o di categorie, occorrevano regole nuove per contenere i conflitti in atto e gli inevitabili prossimi a venire. La dottrina giusnaturalista, che in realtà, traeva origine dal Medio Evo, poneva le basi per il nuovo assetto sociale e statale. Partendo dallo stato di natura, in cui gli uomini vantano i loro diritti naturali in base alla legge naturale, si arriva a stipulare un patto o Contratto Sociale, con il quale gli individui si riuniscono in società (Pactum unionis) e successivamente istituiscono un potere politico (Pactum Subectionis). Da queste considerazioni partono Hobbes, Locke, Hume, Montesquieu e Rousseau, per citare i più importanti. Il primo sottolinea l’avidità dell’uomo (Homo homini lupus). Onde evitare il permanente conflitto dell’uomo contro uomo, occorre che ogni uomo affidi il suo diritto naturale, a condizione che lo faccia chiunque, ad una persona o ad un’assemblea che garantirà la pace e la sicurezza di tutti indistintamente. L’entità a cui ognuno ripone la sua sovranità è un Dio mortale, il Laviathan, un mostro biblico che tutto divora, ma che assicura, con la sua forza ed autorità, ricavate dal consenso individuale, il rispetto dei diritti di ognuno. Locke, oltre a concepire una divisione parziale dei poteri del nuovo Stato, premetteva che non è l’ingordigia a riunire gli uomini in società, ma la loro tendenza naturale a socializzare. Con David Hume l’indole umana è indifferente ai fini degli obblighi politici. I suoi lavori coincidono con l’avvento della prima rivoluzione industriale. Gli uomini aderiscono tra di loro in società per interesse comune, il quale è più simile ad una convenzione che ad una legge di natura. Non stipulano patti ad esclusivo interesse degli altri, senza la prospettiva di migliorare il proprio stato. Montesquieu avrebbe voluto auspicare che il popolo sovrano legiferasse; dal momento che questi, tutto insieme non può farlo, è costretto a delegare tale facoltà a dei suoi rappresentanti. Nasceva così il concetto di Democrazia Rappresentativa. Questa impostazione viene completata dal principio della divisione dei poteri in esecutivo, legislativo e giudiziario. Per Rousseau è la società che determina le diseguaglianze. Il suo contributo è valso alla costituzione di uno Stato davanti al quale tutti i cittadini devono riappropriarsi della loro antica peculiarità, cioè l’uguaglianza di tutti. Per questo motivo la sovranità individuale, al contrario di quanto credevano i suoi predecessori, era inviolabile ed inalienabile. Ciononostante ogni uomo si unisce agli altri-il contratto sociale- in un’associazione -la suprema volontà generale- nella quale ogni uomo, pur unendosi agli altri, non obbedisce che a sè stesso e resta libero come prima. Tante premesse condensate nella triade libertè, egalitè, fraternitè, non hanno mai trovato una concreta realizzazione. Lo sviluppo del liberismo ha portato l’individuo ad affermare sé stesso a discapito degli interessi degli altri. Né lo Stato è riuscito a garantire, dall’avvento delle Nazioni democratiche, i diritti, nella stessa maniera a tutti i cittadini. I principi del giusnaturalismo e il contratto sociale sono stati applicati con diversi pesi e diverse misure, per cui, il relativismo, corrente di pensiero che si è formata nell’era moderna, ma che oggi trova la sua massima estrinsecazione, grazie ad un irrefrenabile egocentrismo, svuota di significato i termini come diritto naturale e nascita in condizione di uguaglianza. La nostra convivenza in una società di disuguali, ci ha abituati al concetto di appartenenza di classe; una posizione dalla quale il liberismo ci garantiva la possibilità di oltrepassare la soglia della propria condizione, ma che in realtà ci relegava in una posizione cristallizzata, dalla quale difficilmente si poteva optare per un cambiamento. Perciò nessuna meraviglia che i furbi la facessero sempre franca e che se d’essi, non era sicuro il regno dei cieli, era certa un’esistenza pregna di voluttà e soddisfazioni. Ma con il Panama Papers apprendiamo che coloro che si servivano delle società offshore per salvaguardare il patrimonio ed evadere il fisco, cioè i soliti noti, si accompagnavano a Capi di Stato. La loro presenza nei Paradisi fiscali segna il definitivo collasso del contratto sociale. Il rapporto di equilibrio tra il libero cittadino e il potente Leviatano, si è spostato a favore di quest’ultimo. Il Leviatano, cioè colui che rappresenta lo Stato, garantisce solo sè stesso, è tornato ad essere il mostro che divora tutto (dovremmo capire come Putin, Poroshenko, Xi Jinpin, il padre di D. Cameron e gli altri, stipendiati al pari di qualsiasi cittadino, abbiano accumulato tanta ricchezza) e non salvaguarda gli interessi di ogni cittadino. L’aspetto più sconcertante è che tali società che permettono di diversificare i loro investimenti e i loro controlli amministrativi in paesi dove gli ordinamenti sono più propizi ai loro interessi, sono legalizzate. Esse sottostanno, per quanto riguarda l’Italia, all’ordinamento stabilito dalla Consob, che valuta le ragioni di carattere di imprenditorialità che motivano tali scelte. In parole povere in Italia, ma anche nel resto del mondo, viene legittimata la suddivisione dei cittadini in ricchi, ai quali è concessa la massima libertà e qualsiasi facoltà, a metà strada tra il lecito e l’illecito, per potere realizzare le proprie aspettative, e in poveri, ai quali pesano soprattutto i doveri verso lo Stato. Altro che diritti di natura e contratto sociale estesi a tutti i cittadini.
Silvano Messina

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