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Blitz antimafia “Oro Bianco”: i particolari dell’inchiesta. Smantellata la cosca dei “Paracchi”

I carabinieri del Reparto Operativo di Agrigento hanno eseguito 35 provvedimenti giudiziari, di cui 11 misure cautelari in carcere, e una agli arresti domiciliari, per il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso (416 bis). L’accusa per gli indagati è quella di essersi avvalsi della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento ed omertà che ne derivano per commettere gravi delitti, acquisire la gestione o il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici e procurare voti eleggendo propri rappresentanti in occasione delle consultazioni elettorali.
I particolari del blitz antimafia sono stati resi noti nel corso di una conferenza stampa, alla presenza del comandante provinciale, col. Vittorio Stingo, e del ten. col. Luigi Di Santo.
Il Gip di Palermo ha emesso: 12 misure cautelari (11 in carcere ed una agli arresti domiciliari), per i reati previsti e puniti dall’art. 416 bis, e 23 avvisi di garanzia per i medesimi reati nei confronti di altrettanti soggetti. Nel corso delle perquisizioni sono inoltre stati sequestrati 78mila euro, rinvenuti in una masseria, appartenente ad uno degli indagati. Teatro dell’indagine è stata Palma di Montechiaro. Di natura composita si è presentata la consorteria mafiosa di questo contesto, organizzata e federata sul modello delle formazioni “stiddare” (che proprio a Palma di Montechiaro ebbero uno dei centri di maggiore presa e propulsione), ma nella rinnovata veste dei vecchi “paracchi” (gruppi criminali antesignani della stessa “Stidda”), tra i quali è emerso quello della famiglia Pace, intesi i “Cucciuvì”.

Nel riscontrato assetto “societario” mafioso palmese, sono rispuntati quegli uomini già collegati ai gruppi storici di Calafato e Benvenuto, attraverso il capo stipite Domenico Pace, cl. ’41 con l’intero “paracco”, ormai solido, unitario e con sfere di competenza definite, forte, sia quantitativamente che qualitativamente, con una storia alle spalle che parte dalla seconda metà degli anni ’90, ora gestito autorevolmente dal nipote Rosario Pace cl. ’60. Giova ricordare che proprio il cugino di Rosario Pace, Domenico Pace cl. ’66, si rese responsabile dell’efferato omicidio del giudice canicattinese Rosario Livatino, compiuto ad Agrigento il 21 settembre 1990, lungo la Statale 640.

Nel corso dell’indagine, a Favara, ha assunto un ruolo cardine del favarese Giuseppe Blando, 56 anni, figura carismatica e contigua a Cosa Nostra, concreto ed efficace anello di raccordo tra le famiglie palermitane e gli stiddari di Palma di Montechiaro, colpito da misura per la sua capacità di intermediare per grosse quantità di sostanza stupefacente del tipo cocaina, eroina e hashish, interagendo con i palermitani e i calabresi. Il soggetto in questione, già tratto in arresto dall’Arma nel corso dell’operazione “Montagna” del gennaio 2018, è fratello del più noto Domenico, arrestato nel maggio del 1996, assieme alla moglie, entrambi favoreggiatori della latitanza di Giovanni Brusca fino al suo arresto ad Agrigento, nel 20 maggio del 1996, per il cui conto avrebbe fatto da corriere con gli uomini della cosca di San Giuseppe Jato.

L’organizzazione mafiosa dei Pace oltre a trarre sostentamento dalla droga si sarebbe occupata di attività estorsive, attraverso la “messa a posto”, nei confronti di attività commerciali ed imprese operanti a Palma di Montechiaro ad esempio un’Ati edile di Favara per la realizzazione del “Quartiere II” denominato “Stazione Pizzillo” di Palma di Montechiaro: “…Vedi cosa devi fare, ora c’è la festa e festeggiamo tutti… …gli vado a dare fuoco… …gli puoi anche far cadere i denti…”; minacce agli appartenenti alla polizia municipale ovvero arruolamento nelle fila del paracco “…Levati da mezzo sbirro purrito… … l’hai stroppiato?”; servizi funebri, gestiti proprio da due appartenenti al sodalizio con il ruolo di soldati, anche obbligando le persone ad assegnare a due ditte diverse lo stesso funerale; rapine a Compro Oro e portavalori (solo pianificata) con mitragliatori AK47, e mezzi cingolati, anche con la partecipazione di manodopera esterna al “paracco”; recupero crediti, attività economicamente poco remunerativa ma che garantisce prestigio e riconoscenza da parte dei consociati: “Fagli uscire i soldi… …rompigli le corna”; politica locale, con il ruolo di capo decina del “paracco” dei “Cucciuvì”, è stato colpito da misura Salvatore Montalto, consigliere comunale in carica nel Municipio di Palma di Montechiaro (eletto il 21 giugno del 2017, con 413 preferenze – secondo l’accusa – grazie all’apporto della mafia locale. Determinante l’opera degli altri membri del “paracco”): “Si vota fino alle 11 e poi contiamo… … porta un normografo per un’analfabeta… …minimo 450 voti deve prendere… …alla sezione X siamo avanti… …tutti li devo tagliare quelli che non rispondono”. Montalto, anche forte grazie al suo ruolo all’interno dell’Unicredit di Palma di Montechiaro, attraverso il quale avrebbe agevolato l’incasso di assegni intestati al capogruppo Domenico Manganello, emessi da soggetti connessi al traffico di stupefacenti; politica regionale, offrendo sostegno elettorale ad un inconsapevole onorevole eletto all’Assemblea regionale siciliana con l’aspettativa di ricevere favori; assunzioni pubbliche e richieste di interessamento: “Hanno telefonato per confermare nome e cognome… …fai arrivare il curriculum…”, facendo giungere le proprie segnalazioni a influenti rappresentanti della politica e delle istituzioni locali ottenendo rapidamente le risposte desiderate; ed infine assistenza alle famiglie degli affiliati malati o detenuti inclusi interessamenti per visite mediche attraverso la distribuzione di somme di denaro.

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