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Le dichiarazioni rilasciate da Ignazio Nicosia. La risposta dell’Arcidiocesi

Riceviamo e pubblichiamo la nota la posizione dell’Arcidiocesi in seguito delle dichiarazioni recentemente rilasciate da Ignazio Nicosia.

“Nell’ottobre 2017 il Nicosia è stato sottoposto a un processo penale amministrativo canonico, che ha portato alla sua dimissione dallo stato clericale il 15 dicembre 2018, con relativa dispensa dagli obblighi sacerdotali, compreso il sacro celibato.
Il procedimento è stato regolarmente istruito e condotto nella Diocesi di Lamezia Terme, nella quale l’interessato è stato incardinato con la sacra ordinazione e che, pertanto, ne aveva legittima facoltà ed esclusiva competenza.
La stessa Diocesi, in una notifica del 28 gennaio 2019 ha comunicato che il relativo decreto, emesso dalla Congregazione per il Clero su mandato del Santo Padre, «ha vigore dal momento stesso della decisione». Ha specificato altresì che «essendo una decisione suprema e inappellabile, non è soggetta ad alcun tipo di ricorso».
Nel suddetto procedimento l’Arcidiocesi di Agrigento non ha avuto alcuna competenza, se non in merito alla notifica dei provvedimenti, dato che l’interessato risiedeva e operava — pur senza i dovuti permessi — a Canicattì.
Il collegamento con la vicenda giudiziaria riguardante presunti abusi su minori, che il Nicosia lascia intendere nelle sue dichiarazioni, non ha alcun fondamento. Anche il «clima ostile e di persecuzione da parte di alcuni della Chiesa Agrigentina», che a suo dire lo avrebbe costretto a trasferirsi a Lamezia Terme, non trova riscontro nel reale svolgimento della sua vicenda vocazionale in diocesi, prima del trasferimento e dei successivi risvolti.
Quanto alla decisione — precedente rispetto al procedimento canonico — di rifiutare la sua richiesta di rientro in diocesi e di limitarne il ministero durante la permanenza temporanea nel paese di origine, l’Arcivescovo ha agito d’intesa con il Vescovo di Lamezia Terme, a norma dei cann. 267-271 del Codice di Diritto Canonico, riguardanti l’incardinazione e l’escardinazione dei chierici.
Qualora, nonostante il provvedimento pontificio, il Sig. Nicosia continuasse a svolgere il ministero presbiterale, gli atti legati alla sacra potestà derivante dall’ordinazione sarebbero illeciti — seppur validi — secondo il can. 292 del Codice di Diritto Canonico, che testualmente così dispone: «Il chierico che a norma del diritto perde lo stato clericale, ne perde insieme i diritti e non è tenuto ad alcun obbligo di tale stato, fermo restando il disposto del can. 291; gli è proibito di esercitare la potestà di ordine, salvo il disposto del can. 976; con ciò egli è privato di tutti gli uffici, di tutti gli incarichi e di qualsiasi potestà delegata». I fedeli che prendessero parte a tali atti, pertanto, non agirebbero in comunione con la Chiesa Cattolica e con il Romano Pontefice”.

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