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Mafia, il boss campobellese Giuseppe Falsone torna a chiedere revoca del carcere duro

Il capomafia di Cosa Nostra di Agrigento, Giuseppe Falsone, attraverso i suoi legali, gli avvocati Angela Porcello, e Maria Brucale, ha presentato ricorso in Cassazione avverso il decreto Ministeriale di proroga per altri due anni, del regime carcerario previsto dal 41 bis, il cosiddetto carcere duro. Nel luglio scorso era stato il Tribunale di Sorveglianza di Roma a rigettare il reclamo proposto della difesa. Adesso i difensori hanno presentato ricorso alla Corte Suprema, ritenendo non condivisibili le considerazioni per l’ulteriore prolungamento di detto regime carcerario speciale. L’udienza è fissata per il 7 gennaio dell’anno prossimo.  Il Tribunale di Sorveglianza aveva rilevato che: “Falsone è sempre rappresentante provinciale di Cosa Nostra in provincia di Agrigento, che non è mutato il suo ruolo apicale, avendo soppiantato il Di Gati”; “appartiene ad una famiglia dedita agli illeciti”; “l’associazione e particolarmente operante in provincia di Agrigento come dai provvedimento di fermo emessi”; “il comportamento intramurario del detenuto non è corretto in merito alla corrispondenza per avere curato l’azienda di famiglia agricola e dedita al bestiame, pertanto oggetto di sequestro”; “la compagine criminale arrestata con le due ultime operazioni sono a lui vicini anagraficamente poiché nato nel 1970”.
La difesa raccoglie ed evidenzia degli elementi che adduce a sostegno della sostenuta perdurante pericolosità dello stesso non corretti rispetto ad operati accertamenti giudiziari, e non rispondenti ad esatti dati storici e processuali:
“che il Falsone non sia rappresentante provinciale per la provincia di Agrigento è un dato acclarato in molteplici pronunce giudiziarie, tanto da fare parte della storia criminale di tale ambito territoriale, in una prosecuzione di ruoli”;
“che soppianta Di Gati ma è a sua volta soppiantato da Gerlandino Messina, Leo Sutera: soggetti già condannati con pronunce definitive per il ruolo rivestito”;
“che è mutato il ruolo apicale dello stesso e la di lui funzione nell’organizzazione, come statuito dagli stessi organi giudiziari e dimostrato attraverso la produzione difensiva, tanto da essere sancita la fine dell’era falsoniana”;
“che i componenti della di lui famiglia, deceduto il padre, sono lontani dall’ambito territoriale agrigentino, operativo, precisamente la sorella svolge regolare attività lavorativa, il fratello sconta presso struttura sanitaria una pena per reato semplice e non associativo, il padre è deceduto tantissimi anni or sono”;
“che il comportamento intramurario del detenuto non fosse regolare quanto alla gestione della corrispondenza, tanto da essere stata trattenuta una missiva con cui si tentava di aggirare i miti imposti dalla misura applicata, è un dato non corretto, atteso che il decreto applicati di misura di prevenzione patrimoniale, scaturisce, infatti, da una missiva che la sorella invia a lui e non lui alla sorella”.
“Nessun elemento contenuto nel provvedimento – secondo ancora la difesa -, quindi, risponde in concreto alla verifica richiesta circa “l’esistenza di indizi sulla base dei quali formulare una previsione di probabilità di ripristino dei contatti”, parametro al quale, afferma astrattamente, il Tribunale di Sorveglianza, di conformare la sua decisione”.
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