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Confipresa Euromed. Considerazioni sulla Città di Agrigento

Nell’ immaginare il futuro per la Città di Agrigento si affollano nella mente molte immagini: quella di una piccola città nella quale la qualità della vita possa risalire i gradini di una pessima graduatoria, quella di una città capofila di un’area vasta, che potrebbe ambire a concorrere con progettazioni previste dalla specifica legislazione e, in particolare, dalle politiche per la coesione territoriale. Ma il termine città rimanda anche ad altri modelli, all’idea delle grandi città, agglomerati urbani, assediati dallo smog e dalle baraccopoli delle periferie degradate, che vorrebbero trasformare in quartieri dignitosi, vivibili e inclusivi. Insomma, esistono almeno due modi di immaginare le città: in senso diacronico (nel corso dei tempi si è assistito a modelli di città molto diversi tra di loro) e in senso sincronico (anche adesso si assiste a diverse interpretazione di pensare, progettare e vivere le città). Tuttavia vi è un fil rouge che accomuna queste realtà, pur nella loro varietà: e nonostante subiscano la complessità di questo tempo, è evidente che rappresentino il vero luogo della socialità, il luogo in cui l’io. Il tu, il noi, l’altro si incontrano, si intrecciano e, talvolta, si scontrano.
Se da un lato la città è la forma della convivenza contemporanea, dall’altro è in essa che si trovano i limiti della capacità sociale. La città è il luogo della convivenza ma anche del conflitto. Il luogo di scontri e lotte, dove le criticità emergono o spesso lottano in forma carsica. Tuttavia serve a plasmare la vita della comunità. Spesso luogo di spersonalizzazione e di massificazione, di perdita di irripetibilità personale. Sono soprattutto il luogo in cui si sperimentano la complessità e le difficoltà di relazione. Per molti aspetti sembra che i modelli di sviluppo delle città tendano ad essere fallimentari, non solo dal punto di vista amministrativo, ma anche urbanistico. Non è raro accorgersi che grandi progetti urbanistici – utopistici, spesso visionari, si siano poi realizzati come vere e proprie “distopie” come luoghi del degrado.
Senza contare i fenomeni, purtroppo non rari, della corruzione e del malaffare che coinvolgono le amministrazioni civiche (vedi Mose, Expo, autostrade in Lombardia, MPS Siena, Carige Genova, Banca Etruria, Roma terra di mezzo, commissioni e prg Agrigento, etc).
Il quadro realistico appena delineato purtroppo appare a tratti cinico. Occorre, tuttavia, che è proprio dentro questa consapevolezza che, se qualcosa di nuovo deve nascere , può nascere!
Le cose nuove si producono – pur nelle loro contraddizioni – nelle città: è qui che nasce la nuova cittadinanza che, inevitabilmente, ha implicazioni transnazionali. E’ li che c’è il fermento, è li che si può sperimentare, è li che si deve guardare. Non è un caso che molti architetti di caratura internazionale siano orientati a “rammendare” le città piuttosto che costruire di nuovo. E l’immagine del rammendare è significativa: significa sia riaggiustare, rimettere a posto, tutelare il patrimonio, non disperdere. Ma contiene in sé anche l’idea dello stringere insieme due pezzi che si sono sfilacciati. Ricucire le città significa, soprattutto, ricucire le relazioni , significa pensare in modo nuovo la partecipazione dei cittadini, significa avere consapevolezza dei compiti della città, significare ripensare gli spazi pubblici e i luoghi della socialità, elaborare modelli di sostenibilità e resilienza. Quando si discute di periferie esistenziali bisogna insistere proprio sulla ricucitura di un legame. D’altrocanto è ovvio che non possa esistere periferia senza un centro e neppure centro senza periferia. Questa è la prima sfida della città! Ritessere i legami nella consapevolezza che la città sia un “agente di sviluppo sociale e umano” che può dare vita ad un rinnovato umanesimo.
È vero che appare difficile rendere la città all’altezza del suo passato e dei suoi tesori che giustificano ampiamente i sogni di riscatto. Ma è dai bisogni primari della cittadinanza che bisogna partire. Da una buona amministrazione che restituisca agli agrigentini l’orgoglio di abitare la più bella città dei mortali. Una città che pian piano si è svuotata impoverendosi e parcellizzandosi in tanti satelliti di periferia.
La vision della nuova classe dirigente dovrà essere rivolta a:
– tempestiva attivazione del Piano Regolatore Generale e del Piano di recupero dell’area antica per ripopolare la città e il Centro storico;
– recupero dei numerosi quartieri satellite e delle periferie;
– spalmare su una più vasta platea i servizi di una città moderna, a partire . dalla raccolta differenziata allo smaltimento dei rifiuti;
– realizzare rete idrica, fognaria e depurazione;
– promuovere la gestione della rete dei parchi (parchi chiusi e non gestiti, a partire dal Parco della Valle, ancora commissariato e privo di Piano regolatore, Parco del Mediterraneo, Parco dell’Addolorata);
– riqualificare la regione costiera;
– riprogettare il porto che si è allontanato sempre più e creare un’ area vasta diretta alla: valorizzazione delle strutture esistenti, della portualità di Porto Empedocle e della logistica per promuovere opportuni collegamenti con la Tunisia e Malta ed implementare l’economia turistica attraverso la creazione di un HUB crocieristico; riqualificazione del waterfront, recupero e riconversione delle strutture dimesse da destinare alla cantieristica e alla nautica, a centri studi e ricerca di archeologia marina e di nanotecnologie da sviluppare in raccordo con Università, a incubatori d’azienda per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle pmi; creazione della Cittadella della cultura, delle lingue e delle scienze Mediterranee; promozione della Zona Franca. Tutte infrastrutture intellettuali e fisiche indispensabili per assecondare lo sviluppo economico attraverso: recupero, riconversione e valorizzazione delle strutture esistenti da inserire in un complesso e articolato processo di modernizzazione che veda come locomotiva dello sviluppo la fruizione del porto collegato alla fruizione dell’enorme giacimento culturale: che deve essere coniugato con un corretto utilizzo delle coste, nel rispetto dell’ambiente; creazione di un “pacchetto turistico–culturale” che presenti insieme le meraviglie archeologiche di Cartagine e di Agrigento e, in particolare dei rispettivi Parchi Archeologici, inseriti in una più ampia conoscenza del territorio e delle sue tradizioni, da inserire nel programma di scambi ed attività comuni;
– progettare una smart city in cui efficientamento energetico, sostenibilità green economy, siano la locomotiva dello sviluppo e leva occupazionale;
– ripensare la sanità complessivamente con l’ottimizzazione dei servizi esistenti, a partire dalla riorganizzazione del pronto soccorso e con la creazione di nuovi indispensabili servizi: RSA, camera iperbarica (anche per fini turistici), neurochirurgia, altro;
– dare vita a un vero programma di marketing turistico e turismo congressuale e di eventi per riposizionare il Palacongressi;
– realizzare il Piano Urbanistico Commerciale, la cui assenza ha contribuito a falcidiare il commercio tradizionale, con l’uso irrazionale delle autorizzazioni, che in pochi anni hanno registrato il raddoppio dell’offerta in presenza della contrazione dei consumi che hanno decimato il commercio tradizionale causando la chiusura di un elevatissimo numero di imprese;
– rilanciare l’ area di sviluppo industriale di Agrigento- Aragona – Porto Empedocle in lento declino;
– progettare davvero il rilancio dell’ Università, con la consapevolezza che essa è una risorsa che genera risorse e che può dare significativo impulso e trasformare la comunità in Città universitaria. Purtroppo la miopia con la quale un problema così importante è stato trattato, genera l’inarrestabile fuga dei cervelli;
– pianificare un efficiente piano di mobilità e intermodalità che ponga al centro il riuso della linea ferrata per la realizzazione della metropolitana leggera (archeotreno) da Aragona (Area sviluppo industriale, Ospedale, S.Michele, S.Giusippuzzu, Fontanelle, Stazione Bassa, Stazione Centrale, Via Dante, Valle dei Templi > Vulcano) fino a Porto Empedocle che possa connettere l’area nord compreso l’area di sviluppo industriale e l’Ospedale con l’area sud del città interessando un vasto territorio;
– programmare un vero piano di infrastrutturazione a partire dal raddoppio della ss189 strada killer che continua a mietere vittime, definire l’APQ per la chiusura dell’anello autostradale Siracusa Mazara del Vallo; il raddoppio della linea ferrata Ag > CL – Ag > Pa e, l’integrazione Ag > Licata, dell’Apq da 35 mln di euro, sottoscritta da Crocetta per il miglioramento > adeguamento della linea ferrata Canicattì > Licata > Gela > Comiso;
– offrire nuovo impulso per la realizzazione dell’aeroporto.

Ma andiamo per ordine. Non vi è dubbio che la città sia diventata un luogo dispersivo spalmato su un vastissimo territorio difficile da gestire.
Che registra il triste e negativo primato in termini di occupazione. Tra le peggiori città della regione nelle quali la situazione è peggiorata negli ultimi cinque anni. All’assenza di lavoro corrisponde, del resto, un pericolosissimo degrado: la percentuale della popolazione che vive sotto la soglia della povertà fa di Agrigento un caso emblematico di una città che rischia di sprofondare verso una condizione di sottosviluppo. Una città così malridotta al punto da potere subire..accettare (si spera solo a parole) in modo del tutto “inconsapevole” o peggio “per disperazione” le lusinghe del nordleghismo – movimento che ha realizzato un certo profitto elettoralistico (compreso il benessere personale dei dirigenti) con ridicoli riti delle ampolle, con il celodurismo, con baggianate e ottusi trasformismi > dal secessionismo > al federalismo alle cozze. Con l’uso strumentale della paura, del diverso, di temi e modi volgari connotati da disprezzo, odio, fiele, razzismo contro il sud e quindi contro la comunità agrigentina. Argomenti rozzi, populistici che parlano alla pancia e hanno rapida presa in ambienti privi di strumenti critici e di comprensione ma che nulla hanno a che vedere con la storia, le tradizioni e la cultura dell’accoglienza della comunità agrigentina. Lo stesso movimento con nome diverso, oggi riconvertito al lepenismo d’accatto, si presenta trasformato con tecniche di maquillage, imbellettato…incipriato, con modi evidentemente equivoci e seduttivi e parla di amore per la città! Ma quale amore? …Potenza dei mezzi di comunicazione di massa. Per ritornare al ripensamento della città, anche sulla questione mobilità Agrigento registra un altro primato: quello di essere la città in Italia dove negli ultimi dieci anni è maggiormente calata l’offerta di servizio pubblico su rotaia: è stata eliminata d’ufficio la continuità territoriale, i tagli delle FFSS lo dimostrano ampiamente. Non è lambita dall’autostrada. Il suo porto è stato progressivamente svalutato. Non ha un aeroporto!

Tuttavia la città ha, anche, grandi possibilità. Risulta, ancora, essere uno dei più importanti marchi turistici del Paese più bello del mondo ed è sede di una università che potrebbe divenire del mondo, solo se si potenziasse la Facoltà di Archeologia: per la valorizzazione dello straordinario giacimento culturale e per rendere accessibili agli studiosi le meraviglie dell’immenso museo a cielo aperto e, opportunamente, si trasferissero dall’Università di Palermo, la Biblioteca Archeologica, i laboratori della pietra e del colore, i centri di ricerca, mezzi e risorse. Tuttavia anche su questi due fronti, sono numerose le occasioni mancate: il numero di turisti stranieri segna il passo e l’Università che per prestigio dovrebbe avere una vocazione naturalmente mediterranea, è ridotta a una dimensione locale e in via di smobilitazione. Agrigento si trova in posizione molto privilegiata per lo sviluppo dell’Area di Libero Scambio e del resto, risulta anche essere – ed è questo un dato che molti ignorano – al centro di una delle aree più interessate agli scambi nel Mediterraneo con un Porto “aperto” a Sud.
Tuttavia per affrontare temi così impegnativi e sofisticati, è indispensabile ripartire dall’ efficienza dell’amministrazione, dall’ utilizzo efficiente delle risorse che sono disponibili e dalla capacità di utilizzare le risorse comunitarie che appaiono precondizione di una qualsiasi strategia di rilancio. Intanto, sorvolando sulle azioni e sulle considerazioni svolte da taluni consiglieri comunali, le notizie buone vengono da singole realtà: cittadini ed enti che pressano per l’attivazione di “nuove forme di esercizio della democrazia” rappresentate dai processi partecipativi non può essere affidata a disegni precostituiti. Nasce dalla società per iniziativa di entità o movimenti che si formano nella società stessa, di gruppi o persone mosse dalle esigenze della vita civile e dalla volontà di concorrere alla soluzione dei problemi comuni. Alle istituzioni compete definire un atteggiamento conseguente di valorizzazione del potenziale democratico della partecipazione, adeguare la struttura amministrativa con processi che si “incontrano” con la partecipazione e instaurare un rapporto, in forme diverse, con le iniziative partecipative per facilitare il confronto e la determinazione di decisioni condivise.
La costruzione del progetto locale si deve fondare sul patto di una pluralità di attori che trovano nella concertazione degli obiettivi dello sviluppo locale la ridefinizione di propri ambiti di azione in rapporto alla valorizzazione del patrimonio comune. Questo percorso richiede il superamento delle forme tradizionali di rappresentanza e di delega e la costruzione di nuovi istituti di democrazia diretta che cerchino il riposizionamento degli interessi e la ricomposizione dei conflitti indirizzando il processo di trasformazione verso scenari di sviluppo sostenibile. Si rendono sempre più necessarie pertanto nuove forme di democrazia diretta, attivando istituti di decisione che affianchino quelli di democrazia delegata, allargati al maggior numero di attori. La partecipazione dei cittadini al governo della città è quindi necessaria per adeguarsi alle richieste di una società sempre più complessa e per rispondere alle sollecitazioni di un nuovo civismo, che assume a volte atteggiamenti eccessivamente conflittuali. La dimostrazione che si può rinascere dai più rovinosi fallimenti a condizione, tuttavia, di riconoscere gli errori e di non immaginare che esistano scorciatoie riservate a chi può, comunque, contare su un grande passato. E che sia possibile vivere se lo si vuole davvero, in modo diverso e, ovviamente, migliore. L’essenziale è crederci ed evitare il ritorno a quella realtà cosìdetta Pirandelliana per l’approccio irrazionale al futuro e per quell’amplesso con il caos che l’ha condannata per troppo tempo alla deriva.

Alessio Lattuca

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