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Gli interessi della famiglia di Licata e la Massoneria. “Dra banna ho il quadro di Totò Riina e mi faccio la croce”

Le indagini svolte hanno consentito di acquisire plurimi e convergenti elementi indiziari sul concorso nel delitto di cui all’art 416 bis c.p. di Lucio Lutri, il quale, forte del suo incarico istituzionale di funzionario della Regione Siciliana e soprattutto della sua privilegiata rete di relazioni intrattenuta quale Maestro Venerabile di una loggia massonica di Palermo, si è messo a disposizione dell’associazione, sia acquisendo e veicolando informazioni riservate sulle attività di indagine in corso a carico della cosca, sia mettendosi in contattato con professionisti e compiacenti dipendenti della Pubblica Amministrazione (in gran parte anch’essi massoni) al fine di favorire le più disparate richieste (alcune delle quali illecite) avanzategli dai singoli componenti della famiglia di Licata per affari e vicende relative ai loro interessi patrimoniali. La sinergia tra Lucio Lutri e la famiglia mafiosa di Licata veniva per ultimo efficacemente riassunta nel corso di una conversazione intercettata, durante la quale il primo, nell’interfacciarsi con il mafioso Giovanni Mugnos, esclamava compiaciuto “ma chi minchia ci deve fermare più?”, espressione questa chiaramente evocativa di una comunanza di interessi e di una reciprocità tra il massone e cosa nostra licatese.

Dalle indagini è altresì emerso che il rapporto tra i massoni Vito Lauria e Lucio Lutri era oggetto di un colloquio intercettato tra lo stesso Lutri e Giovanni Mugnos, durante il quale quest’ultimo riferiva al suo interlocutore che Vito Lauria, in relazione ad un intervento che Lutri doveva effettuare per la risoluzione dei debiti che, Giovanni Lauria aveva maturato per le spese della sua detenzione in carcere, gli aveva testualmente evidenziato che “tu non lo sai io e Lucio a chi apparteniamo… andiamo a finire… andiamo a finire sui giornali”, con ciò chiaramente riferendosi alla affiliazione massonica che lo accomunava a Lutri ed il cui disvelamento, qualora correlato alla vicenda che questo ultimo stava seguendo per conto del capomafia Giovanni Lauria, avrebbe avuto certamente un clamoroso effetto mediatico. L’insospettabile ruolo svolto da Lutri nell’interesse dell’associazione è plasticamente sintetizzato nelle parole pronunciate proprio da Giovanni Mugnos, il quale, oltre ad alludere alla protezione che la provincia mafiosa riferibile a Matteo Messina Denaro, eserciterebbe in favore di Lutri, chiariva che il nominato massone ha due facce… una… e due… e come se io la mattina quando mi sveglio e con una mano tocco il crocifisso e “dra banna” ho il quadro di Totò Riina e mi faccio la croce.

Lutri è senza dubbio entrato in un rapporto sinallagmatico con la cosca licatese, rapporto che ha prodotto reciproci vantaggi sia a lui stesso che a cosa nostra; invero, il vantaggio per il massone, in alcune occasioni, si è concretizzato nella possibilità di richiedere favori che soltanto una struttura criminale come quella mafiosa poteva garantire. Ciò in particolare è accaduto allorquando Lutri si è rivolto a Giacomo Casa al fine di costringere con metodi mafiosi un imprenditore restio ad onorare un debito nei confronti di una persona a lui vicina. In altra occasione il massone si rivolgeva sempre a Casa per ottenere la mobilitazione della famiglia al fine di attivare contatti mafiosi nella zona di Canicattì; contatti che Mugnos e gli altri sodali, su indicazione di Giovanni Lauria, individuavano poi nel capo di quella articolazione mafiosa in Lillo Di Caro. A sua volta, l’associazione mafiosa ha avuto garantita da Lutri la sua disponibilità e l’utilizzo di importanti canali massonici, ottenendo la stessa associazione e per essa i singoli esponenti della famiglia, vantaggi consistenti ora nell’acquisizione di informazioni riservate circa attività di indagine a loro carico, ora nell’interessamento di professionisti compiacenti e dipendenti infedeli della Pubblica Amministrazione.

La rete di favori, piccoli vantaggi ed entrature che Lutri garantiva a tutti i principali componenti della famiglia mafiosa di Licata, veniva peraltro quasi orgogliosamente rivendicata dal medesimo Lutri nel corso di un dialogo intercorso con Giovanni Mugnos durante il quale egli si riferiva al costante lavoro di schermatura che garantiva agli uomini d’onore di Licata, consentendogli così di non comparire nei rapporti con enti e uffici pubblici, istituzioni e forze di Polizia. Inoltre, dalle attività di ascolto poteva accertarsi che cosa nostra licatese confidava nella rete di rapporti anche internazionali dell’allora Maestro Venerabile per amplificare il proprio prestigio e per accrescere le potenzialità, tanto da ipotizzare la possibilità di estendere all’estero i propri interessi economico/criminali. La particolare considerazione che gli uomini d’onore di Licata riponevano sulle potenzialità di Lutri e dei suoi rapporti altolocati giungeva proprio dai due mafiosi Giovanni Mugnos e Angelo Lauria i quali, nel commentare l’efficacia dell’intervento di Lutri per risolvere talune problematiche dello stesso Mugnos, convenivano sulla concreta utilità che Lutri riusciva sempre a garantire loro.

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