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Festa di San Calogero. Parole forti del cardinale Montenegro durante l’omelia

Una premessa. In questo giorno dedicato a S. Calogero, sento il bisogno di dirvi che condivido le parole pronunciate dal Papa e da molti vescovi, che invece tanti, che si dichiarano cristiani, contestano. Non vi nascondo il mio stupore per il fatto che oggi, solo perché non si condivide il pensiero di alcuni, si diventa og-getto di insulti pesanti. Povera democrazia! Continuando di questo passo si tornerà al far west (e i segnali ci sono), quando il prepotente decideva la sorte degli altri. E poi permettetemi una contraddizione di molti agrigentini. Siamo fieri del nostro santo nero, ma aumenta il numero di coloro che rifiutano e disprezzano quanti arrivano da altre terre. Senza conoscerli, li definiscono tutti delinquenti e terroristi; molti di loro sono cristiani come noi, allora, mi domando, non potrebbe sbarcare anche qualche santo? un altro s. Calogero, insomma!

La chiesa ha il diritto di intervenire sul comportamento dei cattolici? Perché deve tacere sull’argomento? Deve insegnare solo preghiere o, come chiede il Vangelo, deve difendere la dignità delle persone? Gesù l’ha sempre fatto! La chiesa non è la conti-nuazione di Cristo oggi? Non deve agire come Lui, ci piaccia o no? Ha detto Benedetto XVI: «Quando uomini, nello stato più debole e più indifeso della loro esistenza, so¬no abbandonati, uccisi, come negare che essi siano trat¬tati non più come un “qualcuno”, ma come un “qualcosa”, mettendo così in discussione il concetto stesso di di¬gnità dell’uomo?»… Queste parole mentre denunciano la pericolosa direzione che sta prendendo la nostra nazione e l’Europa, contemporaneamente riaffermano il senso della fede. La chiesa non può non intervenire sui fatti che offendono la vita e la dignità dell’uomo, soprattutto oggi in cui tanta è la confusione sull’immigrazione, sul¬la famiglia, sulla povertà, sulla cultura, sul sociale.
La chiesa è fedele all’insegnamento di Gesù, se si fa portavoce di quelle istanze e orien¬tamenti che rimettono al centro dell’at-tenzione sia i princi¬pi della fede, sia gli stili di vita “si¬curamente cristiani”.
La fede deve incidere – altrimenti potrebbe non essere fede – sul modo di vivere dei credenti riguardo al rispetto di sé e degli altri, alla famiglia, alla procreazione, agli atteggia¬menti sociali verso la col-lettività (stranieri, tasse, finanza, volontariato, pace…). In altre parole, è necessario avere chiaro “il pac¬chetto” che fa di un battezzato un au¬tentico cristiano. Non si possono scegliere gli aspetti della fede che ci piacciono e non tener conto di altri. Non sono possibili sconti sullo stile di vita del cristiano. Farlo svilirebbe e inquinerebbe il cristianesimo. La nostra identità cristiana – convinciamoci – si fonda sugli atteggiamenti concreti di vita. «Non chi dice Padre, Padre, ma chi fa la sua volontà …». Su questi gesti saremo giudicati: saranno un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua, un vestito, un’accoglienza data o rifiutata, a farci giocare l’eternità. Se vogliamo vivere da cristiani, dobbiamo scegliere tra la strada del Mae¬stro e quella proposta dai sedicenti profeti di oggi. È impossibile seguirle tutte e due!
S. Calogero ci insegna cos’è il coraggio dell’amore. Lui l’ha vissuto con gli appestati. È un per¬corso quello dell’amore che si fa solo se si è uomini di speranza, speranza di un futuro diverso. Certo, in un mondo come il nostro, appiattito sul presente, la speranza non è facile, anzi è un bene sempre più raro e fragile che sembra vada offuscandosi sempre più. Solo se si spera, si «ama intensamente» (1Pt 1,22).
Lo scopo fondamentale della vita dei cristiani è l’amore “fraterno”. Probabilmente a noi sfugge l’importanza del termine “fraterno”. A noi basta sentirci amici, Gesù invece chiede molto di più. Lui è morto per farci fratelli! L’amico si può scegliere o rifiutare, il fratello, di sangue o di fede, non si può non accoglierlo. Per diventare amici basta una pizza, per restare fratelli ci vuole l’Eucaristia. Pietro addirittura definisce la comunità col termine di fraternità (cfr 1Pt 2,17), sottolineando così che i cristiani potranno dirsi figli di Dio se sapranno vivere da fratelli. Questo significa che tutti, nonostante il colore della pelle, apparteniamo all’unica famiglia di Dio. E’ l’amore fraterno che annulla ogni differenza, ogni distanza e ogni solitudine. Sentirsi fratelli significa essere «concordi, capaci di sentimenti comuni, misericordiosi, umili, non rendere male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario benedicendo, perché a questo siete stati chiamati…» (1Pt 3,8-12). Oggi più che mai, proprio perché viviamo in un tempo di frammentazione e paura, occorre riscoprire e vivere la fraternità. Ne va di mezzo la nostra credibilità.
L’ospitalità del forestiero più che una cortesia o un dovere è un valore sacro. È il gesto che trasforma l’ostilità in accoglienza, la diffidenza in condivisione, i problemi in opportunità, il lontano in vicino. C’è da pregare tanto perchè la convivialità e l’accoglienza diventino cultura e buona politica.
Se è vero che “l’uomo è quell’animale che seppellisce i propri morti” (Thomas), abituarsi alla morte dei migranti è dimenticare la nostra umanità. Gli uomini possono avere il colore della pelle diverso, ma quello del cuore è uguale a tutti; e poi, non dimenti-chiamolo, c’è la morte a renderci uguali; la morte dovrebbe permetterci di pensarci come appartenenti a un’unica comunità, a sentirci uguali pur nella differenza.
Siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del levita della parabola: guardiamo i fratelli mezzo morti per terra, ma continuiamo il nostro cammino, scusandoci che tocca agli altri intervenire; e qualche volta arriviamo pure a disprezzarli spietatamente…. Il Vangelo chiede a me e a voi di chinarci “su di lui per tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con te-nerezza e comprensione”.
Non voglio sembrare patetico, né fare politica come afferma qualcuno a cui questo modo di pensare non piace (ma perché parlare di immigrati è fare politica e non lo è parlare di giovani, di droga, di città, di malati…?), ma mi chiedo se oggi Gesù dovesse ritornare dove potremmo trovarlo? Allora si trovò in una stalla, oggi forse sarebbe sul fondo di un barcone d’immigrati (in Egitto andò portato dall’asinello), o in campo profughi. Forse sarebbe il bambino rapito o pagato per prelevare i suoi organi sani per far guarire i bambini malati dell’occidente o potrebbe essere oggetto di divertimento sessuale delle così dette persone perbene. Potremmo trovarlo a giocare tra i liquami di una periferia di una grande città o ricoverato in un ospedale del terzo mondo, ma senza i pochi euro sufficienti per un antibiotico o una vacci-nazione …
Concludo. Essere cristiani non significa essere religiosi ma essere più umani, tanto da rassomigliare a Gesù di Nazareth. Non sono gli atti religiosi a farci cristiani, ma lo schierarsi dalla parte della sofferenza di Dio nella vita del mondo. Il Vangelo richiede non di fare delle cose, ma di fare delle scelte. Essere, cioè, come diceva Paolo, «cittadini degni del Vangelo», cioè persone che trovano nella Parola di Dio la “marcia” in più per vivere valori come la giustizia, il rispetto, l’onestà, la legalità.
S. Calogero ci dia una mano perchè la nostra devozione a lui si trasformi in coraggiosa imitazione di lui.

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