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Mafia, dopo la morte di vecchi boss opera di pacificazione. Ma non in tutti i territori

La scomparsa di figure forti come quelle di Riina e di Bernardo Provenzano ha indotto Cosa nostra a riorganizzare le proprie fila con un’opera di pacificazione tra le varie famiglie. Si è passati dalla violenza al consenso. E’ la traiettoria che la mafia sta seguendo con un processo di riorganizzazione e di rigenerazione dopo la morte di Totò Riina, gli arresti di capi e fiancheggiatori, le confische di ingenti patrimoni. Di queste nuove strategie hanno parlato, nelle relazioni per l’apertura dell’anno giudiziario a Palermo il presidente della corte d’appello Matteo Frasca, il pg Roberto Scarpinato e il procuratore Francesco Lo Voi.

Così si ritrovano ormai uniti i corleonesi “vincenti” e i gruppi “perdenti”, decimati dalle guerre di mafia, e tutti insieme hanno scelto una nuova via: abbandono di ogni traccia di violenza, condivisione della gestione di traffici tradizionali (pizzo in primo luogo, ma anche droga e scommesse), controllo del sistema degli appalti, collegamenti con le attività professionali. Questo nuovo orizzonte criminale è stato organizzato senza la decisiva influenza del superlatitante Matteo Messina Denaro che resta legato a una visione “dinastica” del potere mafioso. Tanto è vero che i suoi più stretti collaboratori vengono dalla sua cerchia familiare.

L’abbandono di quella feroce violenza che ha provocato la dura risposta dello Stato è ora il metodo condiviso nella fase della riorganizzazione di Cosa nostra che da un lato cerca di mantenere il controllo di tutte le attività più lucrose con un processo, secondo Scarpinato, di “lento e sotterraneo mutamento del metodo di rapportarsi con la società civile”. E’ in atto infatti una “progressiva transizione dalla violenza al consenso”.

Nella relazione annuale si fa riferimento anche al lungo periodo in cui nella provincia di Trapani non si registravano omicidi riconducibili a Cosa nostra, ed invece, la mattina del 6 luglio 2017, veniva ucciso, in un agguato tipicamente mafioso, Giuseppe Marcianò, genero del noto esponente mafioso di Mazara del Vallo, Pino Burzotta. Se ancora non ha consentito di individuarne mandanti ed esecutori materiali, “ha tuttavia permesso di ricostruire lo scenario in cui è stata verosimilmente decisa la soppressione del Marcianò. Un contesto caratterizzato da una percettibile contrapposizione tra alcuni esponenti della famiglia di Campobello di Mazara e altri della famiglia di Castelvetrano.

Da intercettazioni ambientali svolte nell’ambito di diversi procedimenti pendenti, si è ricostruito, un lento progetto di espansione territoriale da parte della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, che ha riguardato anche il territorio di Castelvetrano, divenuto vulnerabile a causa, per un verso, della mancanza su quel territorio di soggetti mafiosi di rango in libertà, e, per altro, dalla ritenuta scelta di Matteo Messina Denaro, il quale nonostante gli arresti dei suoi uomini di fiducia e dei suoi più stretti familiari non ha autorizzato omicidi e azioni violente, come invece auspicato da buona parte del popolo mafioso di quei territori. Tale pericolosissimo contesto può essere certamente idoneo, come la tragica storia di Cosa nostra insegna, a scatenare reazioni cruente contrapposte, e quindi dare il via ad una lunga scia di sangue”.

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