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Agrigento, il commissario Di Pisa ricorda Beppe Montana

Ricordo ancora con sgomento il pomeriggio di quella domenica allorquando apprendemmo del grave delitto: io allora prestavo servizio presso la Procura della Repubblica di Palermo ed ero componente del pool antimafia costituito presso quell’ufficio. Il ricordo di Beppe Montana, ancora oggi mi suscita grande dolore e ciò per  un duplice motivo, sia perché con Beppe Montana, che dirigeva la Squadra catturandi della Squadra mobile di Palermo da lui ideata e creata, si era istaurato un intenso rapporto di collaborazione e quasi di amicizia, sia perché toccò proprio a me occuparmi delle prime indagini sull’omicidio.

Il ricordo che io ho di Beppe Montana è quello di un funzionario moderno, ostinato, instancabile, poco propenso a lavorare dietro la scrivania, animato da un grande attaccamento al suo lavoro che svolgeva con impegno pur consapevole dei pericoli ai quali lo esponeva la sua attività volta alla individuazione e alla cattura di pericolosi boss mafiosi latitanti. Ricordo come, ogni qualvolta arrestava un latitante, veniva nel mio ufficio in Procura per comunicarmelo e mi diceva “ Glielo dico perché so che a lei fa piacere e apprezza il lavoro mio e della sezione catturandi”. Come ho detto Beppe Montana era consapevole dei rischi che correva con il proprio lavoro e infatti, pochi giorni dopo l’uccisione del Consigliere istruttore Rocco Chinnici ebbe a dichiarare: “ A Palermo siamo poco più di una decina a costituire un reale pericolo per la mafia. E i loro killer ci conoscono tutti. Siamo bersagli facili purtroppo. E se i mafiosi decidono di ammazzarci possono farlo senza difficoltà”. Ma  malgrado la consapevolezza dei pericoli a cui si esponeva nell’operare contro l’organizzazione mafiosa, non arretrava nell’impegno volto alla ricerca dei latitanti anche dei più pericolosi. Basta dire che pochi giorni prima di essere ucciso aveva scovato ed arrestato otto latitanti interrompendo un summit di mafia. Ultimo arresto era stato quello del pericoloso esponente mafioso Marino Mannoia individuato in un appartamento di Bagheria, e come mi disse personalmente, intercettando e seguendo la di lui convivente. La tenacia di Montana e dei suoi uomini nella ricerca dei boss latitanti non poteva essere tollerata e Cosa Nostra armò un gruppo di fuoco che il 28 luglio  uccise Beppe Montana  e il 6 agosto Ninni Cassarà dirigente della Sezione Investigativa e l’agente Antiochia che lo accompagnava. Del commando fece parte tra gli altri Agostino Mannoia, fratello di Marino Mannoia, quest’ultimo, dopo l’arresto, divenuto collaboratore di giustizia.

Montana aveva innovato i sistemi di ricerca dei latitanti convinto che le indagini dovevano essere svolte con impegno totale e concentrato nel tempo e non occasionale e discontinuo.  Ed era anche convinto che i latitanti non erano lontani dal proprio territorio, dal proprio quartiere, dai propri familiari ; così anche oltre gli orari di lavoro e durante i giorni festivi trascorreva intere giornate a setacciare le zone costiere nella zona di Porticello, Mongerbino, Santa Flavia dove trovavano rifugio molti mafiosi ricercati dalla giustizia. E la domenica in cui venne ucciso anche la gita in motoscafo con la fidanzata e alcuni amici era un occasione per svolgere le proprie indagini per la individuazione di  covi di latitanti.

Non bisogna poi dimenticare che Beppe Montana oltre che essere un abile poliziotto era anche impegnato nel sociale. Collaborava infatti con Rocco Chinnici nell’educare i giovani alla legalità e fu il principale animatore del comitato in memoria di Calogero Zucchetto, agente della polizia di Stato anche lui ucciso dalla mafia.

Beppe Montana va ricordato come un poliziotto che svolgeva il proprio lavoro con rigore, dignità e professionalità e come esempio di coraggio e dedizione al contrasto della criminalità mafiosa. Questo era Beppe Montana al di là delle commemorazioni più o meno retoriche da parte di chi non lo aveva conosciuto e con lui non aveva lavorato. Io credo che tutti i giovani e non soltanto quelli che vorranno indossare la divisa della polizia dovrebbero conoscere la storia di questo poliziotto che della lotta alla mafia aveva fatto quasi uno scopo di vita.

Alberto Di Pisa

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