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“Ti Ammazzo per vedere l’effetto che fa”. Riflessione di Silvano Messina

silvano messinaNon possiamo trovare un aggettivo adeguato per esprimere ciò che proviamo davanti all’ennesimo delitto di due balordi, Manuel Folfo e Marco Prato, gli assassini, nei confronti di Luca Varano, la vittima. La nostra difficoltà insorge ogni qualvolta non riusciamo a catalogare un aspetto insolito della realtà. Non a caso gli psichiatri americani che hanno stilato l’ultimo DSM (Diagnostica dei Disturbi Mentali)-il quinto-si sono trovati discordi, più che in precedenza, nel definire ed inquadrare i disturbi della personalità. Tutto ciò, non per incompetenza, o per opinioni contrastanti, ma, a nostro giudizio, per l’affiorare in questa società totalmente disordinata, di cluster-come oggi vengono chiamati i sintomi mentali-che non si riesce ad inserire in precedenti quadri nosografici. D’altronde la psicoanalisi, nata sulle angosce della società borghese di fine ottocento, si arenò non appena venne applicata su più larghi strati di popolazione del XX° secolo. Appare chiaro che non è la malattia mentale che cambia e svela particolari inediti sfuggiti a precedenti studi; ciò che cambia, ed anche con velocità vertiginosa, è la fenomenologia dell’uomo post-moderno. Abbiamo avuto modo di soffermarci su questo problema nel nostro lavoro ”Cronache della Deriva”, di recente pubblicazione, una serie di racconti, ognuno dei quali incentrato sulla perdita di uno dei tanti valori che hanno consentito l’emancipazione dell’uomo e della società. Nel breve saggio introduttivo abbiamo sottolineato come l’uomo post-moderno abbia depotenziato il rispetto per l’autorità, per la religione, la politica, la legalità e perso l’autocontrollo. Questo sistema valoriale, che,nell’insieme, costituiva l’asse portante della moderna società, è stato sacrificato sull’altare del relativismo, che è diventato imperante dopo che l’individuo ha ipertrofizzato smoderatamente il proprio sé. Tuttavia lo svilimento di quei valori, ritenuto dai più ciome la massima conquista della libertà, ha svuotato l’essere umano dal di dentro, rendendolo un involucro privo di contenuto, racchiuso da una parete sottilissima e fragilissima, pronta ad infrangersi nello scontro con la prima asperità, nonostante l’apparenza di un solido ben piantato. Con la perdita di quei valori fondanti, è venuta a mancare la guida che raddrizzava ogni devianza indotta dall’egoismo umano. Il riferimento è all’etica comune che in qualche modo ha mantenuto nello stesso alveo il cammino dell’uomo di ogni ordine, genere, razza e paese. Con il vuoto di una sana moralità è stato sovvertito l’equilibrio tra i tre strati che conformano la psiche umana: L’Es o subconscio, sede delle pulsioni; l’io, o coscienza del sé; il super-io o coscienza morale. L’io non più controllato dal super-io da libero sfogo alle pulsioni, represse nell’Es, dalle più effimere alle più abbiette. La perdita dell’autocontrollo, sulla diffusa compulsione di fare esperienza, spinge ad azioni, in genere irrazionali, supportate da un’emotività di breve durata, ma edonisticamente intensa. Così al desiderio, che presuppone un’emotività di lunga durata in vista di uno scopo agognato, si sostituisce la voglia, la quale, una volta esaudita, viene accantonata ed inclusa nella lista delle esperienze esperite. La mancanza del desiderio che in genere accompagna un disegno di vita, configura la scarsa o quasi assente progettualità, specie nelle nuove generazioni. In tal modo, volando sulle ali dell’effimero, tra una voglia e l’altra esaudita, che in realtà nasconde una sequenza di insoddisfazioni, si arriva anche all’omicidio, inteso come esperienza di vita, e come inutile appagamento di quella infinita tensione inevasa, di Schopenhaueriana memoria. Laddove può fare capolino la coscienza morale, si fa ricorso all’ausilio chimico che oltre a dare sicumera e fermezza d’animo, produce, durante l’azione, un’ebbrezza mai provata in precedenza. Quale spiegazione logica si può dare ad un’azione che non ha niente di logico, ma che non è neanche pura follia, in quanto lontana da ogni canone che potrebbe etichettarla come tale? La vicenda avrebbe potuto arricchire di un altro capitolo il mio libro. Magra consolazione!Il fatto, in tutta la sua drammaticità, pone in risalto uno dei tanti lati oscuri dell’animo umanoche apre sempre più ampie riflessioni tra coloro, psichiatri e non, che ancora si ostinano a rimettere in sesto i cocci di un’etica frantumata.
Silvano Messina

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