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Racconti dalla frontiere: “my skin is black, I would live like you!”


FRONTIERA1Saltano, ballano, piangono per la gioia.
Sono le ragazze somale e nigeriane che sono state malmenate e delle volte stuprate in Libia e che nella polizia italiana trovano “un amico” . In quei poliziotti che per non impaurirle vanno in borghese. Sono le ragazze nere in mezzo a tanti bianchi e per ciò provano vergogna e riferendosi a un’assistente sociale dicono: “my skin is black, but I would live like you” in un inglese stentato, oserei dire arabeggiante. Ad aspettarle ci sono tanti autobus.

Ognuna di loro deve lasciare la propria madre o sorella perchè minorenni e dunque affidate alle comunità alloggio, agli “sprar”. Spaesate in una terra che non è la loro, in uno stato che si trova in ginocchio in questo momento storico, in una città dalle mille problematiche ma con gli abitanti col cuore più generoso del mondo, almeno in quel momento. C’è il pescivendolo che a qualcuna di loro regala un sacchetto con un po’ di quello che ha appena pescato, c’è il barista che esce con le bottiglie d’acqua fresca e con un sorriso stampato in faccia come se volesse, con un gesto generoso, espiare in fretta qualche peccato. Ci sono gli anziani, che passeggiano sulla banchina del porto, che da giovani sono emigrati anche loro e che adesso con una sorta di superiorità, ma non maligna, si rivedono in quelle ragazze e anche il più anziano del porto da marina di giurgè ha imparato a dire “good luck” buona fortuna.

GABRIELE TERRANOVA

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